Noi, I Viandanti

Commiati I

Cari lettori, siamo giunti al termine di questo nostro Primo Incontro: speriamo di aver in qualche modo arricchito la vostra giornata, e ci auguriamo di avervi con noi la prossima volta.
Vi ringraziamo per l’attenzione e vi salutiamo.
In ordine:
Infanta Imperatrice, Phileas Fogg, Martin Eden, Josephine March, Leopold Bloom, Fitzwilliam Darcy, Anne Elliot, Werther.

A presto!

 

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Lettere dal Mondo

Lettera a Quasimodo…

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Non so da dove cominciare, né a chi indirizzare queste parole:
so solo ch’esse vogliono uscire, in qualche modo…
Di questi tempi mi sento così stranito, angosciato, afferrato da un’ansia il cui nome spesso muta… come i giorni, come le stagioni…
L’inchiostro scivola su questa carta così fine, così delicata… eppure già ingiallita e stropicciata.
Ingiallita, perché troppo tardi, forse, intrisa di sfocate eppur sì dure parole…
stropicciata… per la durezza stessa dei miei ansiosi pensieri.
Non cupi, non strani, ma angoscianti e angosciosi…
Tornano i punti sospensivi, a incorniciar la mia scrittura… questa anonima lettera, destinata a te, anonimo lettore…
Timor del Futuro, timor del timore stesso si mescolano nell’animo confuso, tristo, eppur felice.
Felice di questo nuovo corso, ma atterrito.
Solo, in terra straniera: lontano dalla mia Patria, lontano dalla mia Lotte… eppur non son mai stato così vicino a me stesso.
Il miglior modo per Comprendere la vicinanza;
il miglior modo per Comprendere la Comprensione e l’Amore… è la Lontananza.
L’Accettazione, l’Ammissione, la Presa d’atto e la stessa Comprensione…
Non so quale sia il mio intento, nello scrivere queste parole: so solo che, inspiegabilmente, sto facendomi guidare dall’inconscia voce in me nascosta… nel mio più intimo angolo nascosto…
Dopo l’alto è il momento del basso: lo so, lo vedo, l’accetto, lo comprendo… e lo vivo.
Accetto, cerco di accettare con serenità tutto ciò che la vita alla vista m’offre o m’impone: dunque è questo il tempo del basso e dell’accettazione, ancora una volta.
Combatterò i demoni che in me s’agitano, impazziti. Come un’infernale o bacchica danza offerta in dono al padrone dai suoi servi.
Come Prode Cavaliere affronterò la mia sorte, incurante del terrore o del pericolo: sono nella mia tenda o appena sceso in campo.
Non mi resta che brandire la mia spada e lottare, lottare e uccidere fino all’ultimo nemico…
Forse mi sbaglio… l’anonimo lettore non è un qualsiasi passante: sono proprio io…
Anonimo, non perché ancora mi confonda tra la folla dei miei passati simulacri, ma solo perché non ho ancora una ben definita immagine di me stesso: ancora sono sformato, in qualche punto.
Ancora sono Quasimodo, che si aggira tra le sue inanimate campane, in attesa di una qualche risposta;
ancora sono Quasimodo, atterrito dall’informe folla, al di fuori del suo cheto e chiuso campanile.
Sfondare, distruggere, bruciare questo campanile. Apparentemente caldo e accogliente, ma in realtà mio stesso nemico, in quanto m’impedisce di procedere verso la mia meta totale e definitiva.
Queste anonime parole a te spedisco, anonimo Quasimodo, perché non più anonimo tu smetta di essere anche Quasimodo…

Werther.

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Porte scorrevoli

Il Bivio

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Tutti hanno fatto la loro presentazione in questo primo numero, raccontando un po’ le ragioni delle rispettive rubriche o lo scopo delle loro scelte o perché si è cominciato con quel determinato argomento.
Beh… da parte mia io dico che già decidere di far parte di questa redazione è stato un aprire una porta scorrevole che stava per chiudersi.
Sì, perché le porte scorrevoli non sono altro che l’avvicinarsi di un bivio: e noi dobbiamo scegliere da che parte stare, che Destino vogliamo.
A volte non riusciamo a renderci conto in tempo dell’avvicinarsi di questo bivio, e allora ecco che le porte ci si chiudono in faccia, i treni partono senza di noi e le occasioni vengono afferrate da altri che sono arrivati prima di noi.
Ho scelto questa foto proprio perché credo che rappresenti perfettamente la natura del Bivio.
L’ho scattata proprio perché mi ha colpito quest’ombra ramificata, proiettata in tutta la sua imponenza.
Passiamo la vita a rincorrere treni e occasioni, per poi perderli, quando invece basterebbe aspettare attivamente, ricordarsi l’orario della partenza e farsi trovare lì al luogo di questo appuntamento mai preso, ma sempre atteso.
Nella mia vita ho visto troppe porte scorrermi davanti agli occhi, per poi chiudersi, mentre ho preso davvero pochissimi treni e non ho colto quasi nessuna occasione.
Si direbbe che più che scegliere io il mio Destino, sia stato lui a trascinare me, nel suo vortice infinito e incomprensibile.
Incomprensibile, se ci facciamo trascinare passivamente.
Un po’ meno, se siamo noi a sceglierlo consapevolmente.
Dico un po’ meno, perché anche se siamo noi a sceglierlo in maniera consapevole, non è detto che non ci riservi qualche sorpresa non proprio gradevole.
Bisogna avere coraggio anche quando si prende la via che si crede di volere fermamente e a tutti i costi.
Io più volte ho dovuto lasciarmi andare alla Persuasione e lasciarmi trascinare…
… dal Destino, dalla sua Persuasione. O dalla Persuasione degli altri. O dalla mia.
Un errore di calcolo e le porte ti si chiudono davanti o perdi il treno.
Arrivi troppo presto o troppo tardi.
O non c’è un errore e non arrivi né troppo presto, né troppo tardi: arrivi quando è per te il momento di arrivare.
Magari quelle porte dovranno aprirsi più tardi o quel treno non era destinato a te.
O tornerà da te, quando sarà il momento.
E allora il treno verrà e insieme si apriranno le porte e potrai entrare e salire.
E lì sì che potrai e dovrai scegliere tu il tuo Destino: per attraversare le porte che non avevano voluto accoglierti, per salire sul treno che hai rincorso fino allo sfinimento… o per ignorare tutto e attraversare altre porte, salire su un treno diverso…
Ma allora inevitabilmente ti viene da chiederti: “E se…?”
Perché adesso hai paura: hai paura di affrontare il Destino che tu stesso ti sei scelto, e quindi diventa più facile chiederti se tu abbia fatto davvero la scelta giusta, pur di allontanare da te quel terribile simulacro.
Hai rincorso un treno che non ha voluto farti salire, ma che ora torna indietro a chiederti se vuoi far parte dei passeggeri: tu lo prendi, ma sei consapevole che questa scelta ti porterà a mille altri bivi e all’accettazione di quel Distacco di cui tanto ha parlato il nostro caro Darcy.
La mia vita degli ultimi tempi è costellata non solo di bivi, ma di treni e porte che mi hanno prima rifiutato e che poi mi hanno offerto una seconda occasione, tra cui lo scrivere per voi lettori.
Forse il Ritorno è possibile solo dopo che si è accettato il Distacco, solo dopo che lo si è metabolizzato… una sorta di Rinascita dopo la Morte anche in questo caso.
Difatti l’attesa è stata lunga, molto lunga. Ma ciò che contraddistingue il dopo, è che sei tu a decidere cosa fare di questa Attesa: puoi renderla fruttuosa e sfruttare ciò che hai imparato, aprendoti finalmente le porte, salendo su quel treno e vincendo la Morte.
O puoi continuare ad attendere… morendo ogni giorno un po’.
Io ho deciso di rimettermi in gioco, dopo la così lunga attesa. E ho deciso di Rinascere, sfidando col Coraggio il timore della Morte.

Anne Elliot.

Foto personale

La rubrica di Darcy

Nella Morte la Vita.

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Pensate mai alla Morte?
Già, è vero: un ottimo incipit, ma l’Inizio viene sempre dalla Fine, in qualche modo.
La Vita nasce solo perché muore con la Morte: senza la Morte non potrebbe esserci nessuna Vita.
Morte intesa non solo in senso stretto, come Morte fisica, ma Morte come Distacco.
Morte come aridità spirituale, come solitudine interiore, come fine dei propri sogni… come Distacco forzato da ciò che ci è più caro e da chi amiamo.
Io, devo dire, ho avuto parecchie volte a che fare con la Morte, nei più svariati sensi… eppure non ho mai davvero capito cosa fosse. Almeno non totalmente, non consciamente.
Solo negli ultimi tempi, negli ultimi giorni soprattutto sto prendendo davvero coscienza del mio terrore nei confronti della Morte e del vero significato di essa.
La Morte è una Relazione a Distanza.
Una Relazione a Distanza nell’Attesa del Ricongiungimento nella Resurrezione.
Guarda caso, siamo proprio nel periodo di Pasqua: il Passaggio da una Vita (Mortale) alla Vita Eterna.
Credenti o no, tutti noi ci interroghiamo su cosa sia la Vita, se tutto finisca qui in un mucchio di cenere o se quella cenere sarà destinata a ricomporsi, per diventare qualcosa di Eterno.
Tutti i miei colleghi-compagni di redazione hanno cominciato più o meno dall’inizo, nel raccontarsi nelle loro rubriche: io invece comincio dalla Fine. O comunque da una Fine che è allo stesso tempo un Inizio.
Una Fine-Inizio che racchiude in sé tante Fini-Inizio.
Tutto è cominciato due settimane fa, quando colpito da qualcosa che non credevo potesse avere una così grande influenza sul mio vivere, ho realmente compreso: è nella Morte che si incontra la Rinascita.
È solo toccando il fondo che, benché già morti da secoli, ci rendiamo realmente conto che siamo morti. E forse, se raccogliamo quel coraggio vigliaccamente sepolto in noi, possiamo finalmente risalire in superficie.
Ma finché non si è toccato il fondo, non si può risalire.
Si deve cadere, per potersi rialzare.
Il seme deve morire, se vuole fruttificare.
Tutto risponde alla stessa logica: nella Morte incontriamo la Vita.
Il sole può sorgere solo alla fine della notte, altrimenti non avrebbe senso.
Ecco… nel mio spirito è avvenuto questo: la Morte corporea mi ha fatto capire che è ora di accettare un altro tipo di Morte, un altro tipo di Distacco, di Separazione.
Se si riesce ad accettare il mistero della Morte in senso stretto, allora credo che con qualche sforzo si possa accettare anche l’altro tipo di Morte: il Distacco da ciò che ci è più caro.
Ho detto che la Morte è una relazione a distanza, nell’Attesa del Ricongiungimento nella Resurrezione.
Ed è così.
L’unica differenza, è che nel primo caso si tratta di attendere un’unica e lunghissima volta, mentre una relazione a distanza è un infinito ciclo di morti e rinascite… finché non si muore o non si rinasce definitivamente.
Ma che dire del Vivere la Morte Presente, temendo a un tempo la certezza della Morte Futura?
Temerla è già di per sé un Morire, ma un morire diverso, che non promette l’Eternità di una vita futura, ma solo il peso eterno della propria angoscia.
E dunque il segreto è tutto qui: accettare la Morte, accettare il Distacco… sia esso fisico e in senso stretto, oppure il Distacco dovuto alla perdita emotiva e più ampia con cui abbiamo a che fare tutti i giorni.
Il Distacco fa crescere, la Perdita fa crescere, la Morte fa crescere… e fa Rinascere.

Fitzwilliam Darcy

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La semantica dell'Inconscio

Viaggio nell’Inconscio dalle Origini all’Infinito.

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Non avevo pensato in verità all’impronta da dare a questa rubrica dell’inconscio. Il mio inconscio. O l’inconscio di tutti. Forse non è necessario perché l’inconscio è quanto di più informe possa esistere sulla faccia della terra.
E perché non esiste una sola faccia ecco il punto. Chi arriva a prendere la decisione di voler conoscere il proprio inconscio lo fa proprio perché ha visto troppe facce che dichiaravano di essere il proprio essere.
Tra tutte quelle facce poi tutti quegli esseri che dichiaravano di essere i veri esseri non si riesce più a capire niente.
L’Inconscio. Come ho detto una Gran Brutta Bestia.
Ricordo… il tempo in cui.
In quel piccolo quaderno scrivevo affannosamente tutti i sogni che facevo.
Un Simulacro da custodire, un Oracolo da leggere, racconti da raccontare.
Sì, con il sussidio di Sigmund e la sua Introduzione alla psicoanalisi.
Così invece di guarire dai tuoi occulti mali ti ammali ancora più occultamente.
Così la pensavo allora. Eppure l’onirico mistero sempre così misterioso per me aveva un tale fascino che.
E poi… l’Anello di Congiunzione, quello che scardina ogni tua più incardinata certezza.
Che se si può scardinare tanto incardinata non è. Nemmeno certezza.
Illusioni, ipotesi, simulacri, larve. Mai certezze, ancor meno incardinate.
Una bella raccolta di racconti. Non tutti erano troppo incasinati. Ma c’era dell’ottimo e fantasioso materiale.
Comunque il nome di quell’Anello di Congiunzione che mi ha aiutato a sbrogliarmi dal pasticcio non corrispondeva a quello di Sigmund. Però.
Fare tutto il contrario di quello che avevo fatto. E pensarlo. Questo è accaduto. Questo accade sempre.
Un Artista rappresenterebbe il Cammino nell’Inconscio come un Appeso.
O verrebbe fuori Pablo ad inventare uno dei suoi tanti acclamati Lavori.
Oppure odiati.
Il Cammino nell’Inconscio è un quadro preso dalle mani di Pablo.
Visione drammatica dell’insieme. Presa d’atto. Distruzione. Smontaggio. Analisi. Sintesi. Ricostruzione. Rimontaggio.
Non c’è niente da fare. Devi essere Cubista se vuoi arrivare al tuo Inconscio.
Io ho sempre odiato Pablo. E ho sempre odiato questi dottori da strapazzo. E Sigmund. E l’Inconscio.
Odiandoli ho vagato per le strade di Dublino. Ben oltre le ventiquattro ore compresse in settecentoquarantuno pagine da quel geniaggio del mio creatore.
Il giornale arrotolato sotto il braccio. Sempre lo stesso in attesa di.
Quella saponetta ormai squagliata da secoli destinata a chissàcchi.
L’unica scommessa vinta e la gente a sparlare di me.
La morte del mio caro Paddy e il tradimento di Molly.
Stephen e le sue elucubrazioni da scribacchino sognatore.
Itaca raggiunta in un sogno…
E tutto per l’odio per la mancanza di coraggio per il coraggio venuto quasi troppo tardi di smettere il mio gironzolare da dublinese ordinario.
La curiositas non più del rincorrere sogni, ma dello scriverli. Capirne carpirne il significato. Capire carpire me stesso.
Diventare come Pablo alla ricerca di un soggetto da capovolgere smontare e rimontare.
Me stesso. L’appeso.
E visto alla fine del mio flusso insensato ma non troppo di parole ho capito che forma dare all’informe massa di questa rubrica Inconscia.
Il mio Viaggio nell’Inconscio dalle Origini all’Infinito.

Leopold Bloom.

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Racconti Edenici

Sogno d’amore sui tetti spioventi…

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“In sogno ho dipinto un Sogno per te: vuoi ascoltarlo?”

Nulla vedevo, nulla occupava i miei pensieri, se non la tua visione lì accanto a me.
Le candide lenzuola erano una ghirlanda di fiori intorno ai nostri corpi: tu, sempre scoperto, perché così ti piaceva restare, mentre io… io adoravo la vista delle lenzuola su di me, per poi ammirare il resto della pelle che usciva fuori e il tuo corpo accanto al mio.
La testa sul tuo petto, lasciavo che le tue mani affondassero tra i miei capelli, inebriata di te…

“Certo, amore mio…”
E mi afferrasti la testa, premendola sulla tua spalla.
Un gesto che adoravo: qualcosa che voleva dire “Sei mia… resta con me…”

“Allora… c’eravamo io e te. Tu continuavi a parlarmi delle tue visioni sul Giappone, del tuo desiderio di vederti lì, tra quelle lande così misteriose e tra quel popolo tanto magico…
E non so cosa o come sia successo, ma io ho solo sperato che questo accadesse, e all’improvviso ci siamo ritrovati lì.
Lo so, i miei sogni sono sempre tutti strani, ma non è ancora venuto il bello”
“E qual è il bello?”
“Era come se fossimo parte di quel popolo, capisci?
Ci siamo ritrovati lì, proprio come se fossimo dei Giapponesi: con vestiti giapponesi, con sembianze giapponesi!… ”
“Ma daiiii! Solo tu puoi inventarti queste cose, persino nei sogni!”
“Dai, non ho finito!”

Mi alzai e mi scostai di poco, per poggiare il viso sul tuo petto e tenere lì la mia mano, coperta dalla tua, come se anche in quel momento volessi trattenermi lì con te.
Tu non lo sapevi, ma non era esattamente un sogno: era una storia che avevo inventato… per te… ed ora mi ci immergevo anch’io, come se volessi che quel sogno, quella fantasia diventasse realtà…
Una realtà dove non esistesse più quel morire ogni volta, per poi rinascere in un infinito ciclo di morti e rinascite.
No: volevo che quella spirale avesse fine, che potessimo raggiungere un giorno il nostro Sogno di una vita insieme… in una terra da Sogno…
Ecco perché avevo inventato quella storia…
“A un certo punto ci ritroviamo in una specie di oasi, in mezzo alla natura, con infiniti corsi d’acqua, animali eccetera… tutto come un dipinto… hai presente i disegni di Bert in Mary Poppins? Era così: era come se ci tuffassimo in quei disegni, per vivere una vita tutta nostra.
E poi c’era questa casa… una di quelle tipiche dimore giapponesi, con i tetti spioventi che si vedono in tutte le rappresentazioni… era la Casa dei nostri Sogni…
Lì ci rintanavamo, ci raccontavamo storie, ridevamo, facevamo l’amore…
Ma poi era come se, proprio all’apice della nostra gioia, tutto ci venisse portato via…
E tu esprimevi di nuovo il sogno di tornare lì e puff, tutto accadeva… e poi… tutto si distruggeva di nuovo…”
“E non c’è un lieto fine per questo sogno?”
“Io spero di sì… è un po’ come la realtà, non trovi?
Ogni volta andiamo in Giappone, viviamo nella nostra casa da Sogno dai tetti spioventi e poi dobbiamo morire altre infinite volte…
Io non voglio più morire… non voglio più morire, per poi rinascere e morire ancora: io voglio Risorgere per sempre, insieme a te…”

Tu non dicesti nulla, ma tenesti la tua mano sulla mia e mi afferrasti la testa, premendola sulla tua spalla.

Martin Eden.

(Temple corner, Ito Yuhan)

Viaggio attraverso i libri

Labirinto di un Ordine Caotico

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I libri che leggiamo non sono mai a caso: c’è sempre una componente fatale ed inconscia che ci porta verso di loro.
O almeno questo è il mio caso.
Non mi capitava di scrivere sui libri che leggo da quasi un anno, ma ricominciare da Colui che è diventato il mio Autore prediletto, non è stato un caso.
Un viaggio verso terre lontane, verso una città nonostante tutto a me sconosciuta.
In realtà simbolo di un viaggio molto più complicato e cominciato, guarda caso, proprio poco meno di un anno fa.
Già, perché chissà come mai, le pagine di Calvino hanno sempre un che di intricato, di simbolico, di psicologico: ti avventuri in esse, proprio come se stessi per inoltrarti “In mezzo a un fitto bosco”.
Sì, perché è di questo che stiamo parlando: de Il castello dei destini incrociati.
Ogni pagina, ogni frase, ogni parola è un tarocco da mettere nella giusta posizione rispetto agli altri e che, a seconda della direzione o della prospettiva da cui è guardato, può dare alla luce una storia diversa, un senso diverso… che racchiude, in ogni caso, una diversa e pur vera sfumatura di te stesso.
Nel mio caso non è una sensazione vissuta solo con i testi di Calvino: in generale mi capita ogni volta in cui sfoglio e divoro le pagine di un libro.
È come se la mia anima, ingorda di risposte a lungo cercate e rincorse, volesse dissetarsi ogni volta di un diverso Oracolo, giusto in se stesso a seconda delle circostanze, delle persone e del mio stesso “io”.
Avevo previsto un inizio diverso, per questa mia raccolta di “non-recensioni”, ma l’opera che avrebbe dovuto aprirla è forse La Summa di tutta la letteratura, dunque la sua lettura ha richiesto un tempo diverso da quello che avevo calcolato.
Pensare che sto scrivendo in maniera così confusa, quasi non sapessi ancora se rivolgermi ad un ipotetico e futuro pubblico o soltanto a me stessa.
Quasi sono l’Indeciso di Calvino che, qualunque direzione alla fine decida di subire, dovrà sempre rinunciare a qualcosa o scegliere qualcosa.
Due direzioni, due fonti, due dame, due destini…
Questo Castello dei Tarocchi racchiude in sé tutte  le risposte alle domande per cui il mio “io” ha tanto combattuto negli ultimi tempi.
E così

“Ero senza fiato;
le gambe mi reggevano appena: da quando ero entrato nel bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, le apparizioni, i duelli, che non riuscivo a ridare un ordine né ai movimenti né ai pensieri.”

Ma ogni percorso, ogni avventurarsi in un bosco implica la necessità di un Cambiamento. Soprattutto se il bosco che si attraversa è l’intricata radura dell’inconscio, cosicché

“Ora il bosco ti avrà. Il bosco è perdita di sé, mescolanza. Per unirti a noi devi perderti, strapparti gli attributi di te stesso, smembrarti, trasformarti nell’indifferenziato […]”, per poi ricreare in te stesso l’Ordine.

“Chi scende nell’abisso della Morte e risale l’Albero della Vita […] arriva nella Città del Possibile, da cui si contempla il Tutto e si decidono le Scelte.”

Così si legge nella Storia d’un ladro di sepolcri, la storia di un “io” possibile solo in quanto detentore non solo dell’Intus-legere, ma anche della Sapienza.
Difatti la Sapienza, senza Intelligenza, diventa Saccenza.
E riuscire a scrutare nell’intimo grazie all’Intus-legere, senza avvalersi poi della Visone dall’Alto donata dalla Sapienza, serve a poco.
Questo è ciò che Calvino cerca di dire, a più riprese, al mio “io” sconvolto e disordinato. Disordinato perché sconvolto da se stesso.
Sconvolto da se stesso, perché disordinato.
Disordinato, perché nonostante il desiderio di Ordine, è proprio il fare Ordine che lo atterrisce.
E dunque… l’unica via d’uscita, anziché la fusione tra Sapienza e Intelligenza, diventa a volte  trasformarsi in Orlando, che vaga furioso nel suo “movimento disordinato”, mentre i Tarocchi in una domanda ti dicono

“che comunque giri poi viene il momento che lo acchiappano e lo legano, Orlando, e gli ricacciano in gola l’intelletto rifiutato?”

Tutto è chiaro: il rifiuto dell’Intus-legere provoca il Disordine.
Ma se poi avesse ragione L’Appeso, nel dire che “il mondo si legge all’incontrario”?
A questo punto non sarebbe tanto assurdo temere l’Ordine.
Ma l’Ordine serve quanto il Disordine.
È come la differenza tra ciò che è Inferno e ciò che non lo è: l’Inferno, per quanto Inferno, è utile. Senza di esso il Non-Inferno non esisterebbe: una lezione che ho realmente imparato solo di recente.

“Ogni linea dritta nasconde un rovescio storto, ogni prodotto finito uno sconquasso di pezzi che non combaciano, ogni discorso filato un bla-bla-bla.”

O ancora:

“[…] potrebb’essere che il negativo per esempio sia negativo ma necessario perché senza di quello il positivo non è positivo, oppure che non sia negativo affatto mentre il solo negativo caso mai è quello che si crede positivo.”

“Così ho messo tutto a posto. Sulla pagina, almeno. Dentro di me tutto resta come prima.”

Questa l’ultima frase che mi ha lasciato impietrita, tanto si confà al mio attuale “io” e al mio attuale percorso in questo mio “presunto io”.
Ma io dico che, in realtà, quella della stasi, del non cambiamento, del disordine prolungato sia solo una fastidiosissima sensazione, dovuta proprio all’afflato cubista del percorso interiore, ben incarnata dalla Storia dell’indeciso:

“[…] in quella stessa notte era stato sminuzzato (spade) nei suoi elementi primi, era passato per i crateri dei vulcani (coppe) attraverso tutte le ere della terra, aveva rischiato di restare prigioniero nell’immobilità definitiva dei cristalli (ori), era riapparso alla vita attraverso il lancinante germogliare del bosco (bastoni), fino a riprendere la propria identica forma umana in sella al Cavallo di Denari.”

Ognuno di noi, in fondo, ha una storia da raccontare.
Calvino, con le sue pagine, mi ha raccontato la mia.
E con i suoi Tarocchi ha concesso alle mie dita di muoversi libere sulla tastiera, perché la raccontassero e la comprendessero a loro volta.

Infanta Imperatrice.

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Le Grand Tour

Come la Prima Volta…

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Non era certo la Prima Volta che mi avventuravo nella misteriosa città di cui sto per parlarvi: ci ero già stato in altre due occasioni.
Nell’una ben tre anni prima, in circostanze totalmente diverse, e nell’altra appena l’anno precedente… e le circostanze furono ancora più diverse.
Ma non è il caso di parlarne, ora: è un’altra storia, quella…
Una storia, ad ogni modo, che seppur appartenente al Passato non è affatto priva di legami col Presente.
Ma non è questo che mi preme farvi sapere, in questo momento.
Ciò che invece mi interessa è evidenziare il fatto che il viaggio sia come un libro: non ci si dovrebbe accontentare di leggere le pagine di un libro un’unica volta, ma assaporare l’intensità e il brivido diverso che dà quella lettura in più.
Ogni volta, a seconda delle circostanze, degli stati d’animo, delle persone che ti accompagnano… è come se quel dettaglio, quel luogo, quella città la vedessi per La Prima Volta.
In effetti… prima di quella volta, ce n’è stata una terza. Ma chissà perché, per me La Svolta è stata in Quel Momento…
Lì ho capito tutto, o meglio: ho capito tante cose…
Ho capito che il mio progetto poi accantonato (per le ragioni che avete letto (se non l’avete ancora fatto, fatelo) nella pagina dedicata alla mia rubrica, in testa alla rivista) di dare un Inizio Ufficiale al mio Grande Tour era finalmente pronto per essere messo in pratica ed essere raccontato.
E anche se le cose adesso sono leggermente mutate, non muta la sostanza: non racconterò il mio Viaggio in Italia, stando a determinate tappe o determinati traguardi e paletti, né con lo scopo di farne un diario autobiografico da svendere sulla pubblica piazza, ma… vivo in me è sempre l’anelito a narrare dei luoghi che ho visto e che vedrò, dei sentimenti in me suscitati da quei luoghi, dai momenti e da chi mi è stato o mi sarà accanto nel mio andare da un luogo all’altro.
E dunque, si va…

Oggi, Nove Marzo, comincia il mio Viaggio…
E c’è un motivo se comincia proprio oggi: oggi sono consapevole…
Consapevole di me stesso, del ruolo che ho io nella mia vita. Almeno in parte.
Consapevole del motivo, della ragione che mi spinge a compiere questo viaggio.
Un viaggio che si apre all’insegna della Consapevolezza e della Ragione, più che del Sentimento.

Non che l’emozione non ci sia, ma a volte non è il Sentimento che porta alla Consapevolezza, bensì il contrario.
O comunque un certo tipo di sentimento più inconsapevole porta alla consapevolezza e questa a sua volta fa nascere il Sentimento consapevole.
Oggi io sono una persona consapevole con sentimenti consapevoli.
Oggi, Nove Marzo, comincia il mio Viaggio…

Varie emozioni si mescolavano in me: gioia, avventura, brivido, ma anche angoscia e spavento.
Fissavo il paesaggio che mi sfrecciava di lato: il treno era così veloce che non riuscivo nemmeno a carpirne l’essenza in una fotografia.
E forse a volte la mente fotografa molto meglio di una macchina.

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Fissavo estasiato la danza dei fili elettrici davanti agli imponenti monti… che cosa strana e poetica!
Non ci avevo mai fatto caso… eppure ne ho fatti di giri, in vita mia!
Sarà che i particolari ti saltano all’occhio solo quando non li noti…
Strisce di nuvole lattee ricoprivano il cielo azzurro e terso, mentre continuavo a fissare il paesaggio che correva al mio fianco, insieme a me, e strani pensieri affollavano la mia mente.
Intanto segnavo sull’agenda, col mio solito puntiglio maniacale, tutte le tappe che il treno compieva, nella speranza che giungesse presto l’Ultima Destinazione: la Mia.
E dopo ore di emozioni estenuanti, eppure piacevoli, eccola venire come una lontana eco dai tempi lontani: Lei… la Mia Città…

E vederla fu Come la Prima Volta…

Phileas Fogg

Foto personale scattata da un treno in movimento.
Nonostante la pessima qualità e l’apparente insignificanza, è invece una testimonianza molto importante.

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Noi, I Viandanti

Articoli Da Viaggio, Prima Uscita!

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Salve a tutti, e benvenuti al Debutto della nostra rivista Articoli Da Viaggio.
Una rivista che si è già ampiamente presentata nelle relative pagine, in cima alla testata, ma se non avete ancora avuto l’occasione di passarci, fatelo ora.
Questo vuole essere invece un articolo di Inizio al nostro lavoro insieme, della Redazione, ma anche di voi lettori: l’intesa è una cosa importante, anche nelle piccole cose quali appunto questa rivista.
Una rivista piccola, ma che per noi rappresenta molto di più: la sfida con noi stessi e con la nostra vita.
La sfida con le nostre paure e resistenze, ma anche la fiducia in noi stessi e nelle nostre possibilità.
La speranza che Quella Domanda possa avere una Risposta.
Qualche altra parola, prima di lasciarvi:
questa rivista vedrà una nuova uscita ogni tre mesi, dunque… speriamo di ritrovarvi la prossima volta.

Buona lettura a tutti!

La Direttrice,
Infanta Imperatrice.

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